Gradimento Medio
e non lo rileggerei

Little women e Good Wives (piccole donne e piccole donne crescono)

scritto da Alcott May Louisa
  • Pubblicato nel 1868-1869
  • Edito da Good Press
  • Letto in Inglese
  • Finito di leggere il 06 luglio 2024

<<Quattro piccole ceste tutte in fila/Velate dalla polvere, e consumate dal tempo, /Quattro donne, che hanno imparato da cicatrici e dolori,/ Ad amare e resistere nel fiore degli anni>>. Questi versi di Jo sintetizzano il senso dell'intero romanzo, che racconta il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, e ci dice anche come ogni donna abbia un unico destino: divenire una "buona sposa". Le "quattro piccole ceste tutte in fila" sono quattro sorelle, che conosciamo sin dalle prime pagine di "Piccole donne": Mag è la maggiore, <<con la pelle chiara e grandi occhi, con folti e soffici capelli castani, una dolce espressione, e bianche mani, di cui era particolarmente orgogliosa, (...) Jo era alta, magra, olivastra di carnagione, e somigliava a un puledro poiché pareva non saper mai cosa fare delle sue lunghe gambe, (...) occhi grigi, attenti, che vedevano ogni cosa, ed erano di volta in volta fieri, divertiti, o pensosi; (...) Beth, una rosea ragazza di tredici anni, (...) di maniere schive, una voce timida, e un' espressione tranquilla. (...) Amy, benché fosse la più giovane, era la persona più importante, almeno secondo lei. (...) Occhi azzurri, capelli biondi, (...) pallida e snella, si comportava sempre come una signorina di buone maniere>>. Vivono in una casa modesta, pervasa da <<una piacevole atmosfera di pace>>, governata da una madre <<non elegantemente vestita, ma donna di nobile portamento, e le ragazze pensavano che il soprabito grigio e il cappellino non alla moda vestissero la più splendida madre del mondo>>. C'è l' aria da piccole cose di Guido Gozzano, ma senza la lieve ironia del poeta; il tutto è pervaso da un moralismo pedagogico, fatto di saldi valori e buoni costumi. Il padre, un uomo religioso e dedito all'insegnamento, è andato volontario in guerra (il romanzo è ambientato durante la guerra di secessione americana); la presenza paterna si palesa nelle lettere alla famiglia, un decalogo di buoni propositi. Le ragazze crescono giudiziose e laboriose, consapevoli delle difficoltà economiche della famiglia, convinte di quanto dice la madre e cioè che essere poveri non è una colpa, anzi può essere una virtù. Accontentarsi pare essere il motto del vivere, d'altra parte la sorellanza pare sufficiente ad arricchire e movimentare la vita, tanto più se vivacizzata da Laurie, un ragazzo irrequieto, accolto come un fratello dalle ragazze. Chi è cresciuto in una famiglia numerosa si ritrova perfettamente nel racconto, così come in "Piccole Donne" si sono probabilmente rispecchiate ancora le adolescenti degli anni '50 del Novecento, prima dell'esplosione dei consumi. Come scrive Gozzano, "Carlotta canta. Speranza suona. Dolce e Fiorita,/ si schiude alla romanza di mille promesse la vita" (da "L'amica di Buona Speranza" scelta da "Poesia italiana del Novecento" a cura di Eduardo Sanguineti). In uno degli episodi più belli di "Piccole Donne", le quattro sorelle fanno un picnic con Laurie: sono cinque adolescenti che costruiscono dei "castelli in aria", di cui hanno le chiavi, ma non sanno se potranno aprire la porta, come dice Jo. Meg <<vorrebbe una bella casa, (...) Io devo essere la padrona, e gestirla come mi piace>>. Jo <<vuole scrivere libri, e divenire ricca e famosa: questo mi piacerebbe, questo è il mio sogno più caro. Il mio è stare a casa serena con il papà e la mamma, e prendere cura della famiglia, disse Beth felice>>.  Amy <<ha così tanti desideri, ma il principale è di essere un'artista, e andare a Roma, (...) ed essere la migliore artista del mondo>>. Alla fine di "Piccole Donne Crescono", le ragazze si chiedono cosa si sia realizzato di questi sogni. Come in "Nessuno torna indietro" di Alba De Cèspedes (si veda la recensione in questo sito), la vita è stata ben diversa dal castello in aria. Meg ha una piccola casa, un marito devoto ma povero, due cari bambini; ha conosciuto le fatiche e le privazioni di una casalinga. << Il mio castello è ben diverso da quello che avevo pensato>>, dice Amy, che ha dovuto abbandonare le aspirazioni da grande artista, ma il matrimonio con Laurie la resa <<più dolce, profonda, e più tenera, mentre Laurie è cresciuto più serio, forte e determinato, ed entrambi hanno imparato che la bellezza, la gioventù, la ricchezza, persino l'amore stesso, non possono allontanare dalla maggior parte dell'esistenza gli impegni e le pene, il lutto e la sofferenza>>.  Come dice Ungaretti la vita "scorre sempre come sempre il vivere, /Dono e pena inattesi/Nel turbinio continuo/Dei vani mutamenti" (da "Ultimi cori per la Terra Promessa). Jo è quella che ha avuto le delusioni più gravi, non dal destino, ma a causa delle sue stesse scelte: ha rifiutato la mano di Laurie, semplicemente perché non lo amava, lo considerava solo un fratello; ha smesso di scrivere romanzetti d'avventura, che le davano da vivere ma che erano indegni dei suoi valori morali e della buona letteratura; è tornata a casa dei genitori ad assistere l'agonia di Beth, di cui, dopo la morte, ha ereditato il ruolo di "angelo del focolare", futura zitella e solo zia. Quando un giorno, complici la pioggia e un ombrello, scopre l'amore per un professore tedesco, ben più vecchio di lei, ma saggio ed eccentrico come il padre. Con lui aprirà una scuola per ragazzi, casa di accoglienza per bambini poveri,  dove portare avanti pedagogie innovative. Agli elogi della madre per un così coraggioso progetto di crescita di ragazzi, Jo risponde gridando, <<con quegli slanci impetuosi che mai poteva controllare, (...) Nemmeno metà è buono come il tuo, madre. Qui siamo, e mai possiamo ringraziarti a sufficienza per la tua paziente semina e per il raccolto che hai fatto>>.

Il libro è un romanzo autobiografico. Jo è senza dubbio la scrittrice così come il personaggio del padre rispecchia il padre stesso di Alcott, che perseguì per tutta la vita metodi educativi inusuali, avviando scuole sempre destinate a fallire. Apparentemente le protagoniste sono le quattro sorelle, le cui storie sono la trama dei due romanzi: una saga familiare, che continuerà con "Piccoli Uomini" e "I ragazzi di Jo". La vera protagonista è tuttavia la madre, concreta, affettuosa, di solidi principi morali e pronta a dare i giusti consigli: suggerimenti rivolti a far accettare alle figlie la realtà della vita, che siano i rapporti coniugali per Meg che le esuberanze di Jo. E' lei a dire a quest'ultima che Laurie non è l'uomo giusto, perché, come Jo, è irrequieto e imprevedibile. Il bello è che questa sarà l'argomentazione di Jo per giustificare il suo mancato assenso al matrimonio! A differenza delle ragazze di Jane Austen, indipendenti e volitive (si veda le recensioni dei libri della scrittrice inglese in questo sito) le "Piccole Donne" non si ribellano, accettano stancamente il destino di "buone spose". Non sono loro che interessano ad Alcott: è la società americana ed europea; la prima che si sta allontanando dalle virtù puritane, travolta dalle trasformazioni capitalistiche del secondo Ottocento, la seconda, quella europea, vacua ed evanescente, non certo un paradigma per le giovane americane. Le storie delle "Piccole donne", così vicine alla nostra sensibilità e soprattutto a quelle delle ragazze, servono a consolidare e diffondere un moralismo protestante (questo sì così distante dal cattolicesimo), un'etica intrisa di idealità sociali, di frugalità di costumi, filantropica, ma sempre conservatrice.

Di là della trama, molto articolata e ben condotta, il pregio fondamentale dei due romanzi è la scrittura. Non ci riferiamo tanto all'analisi dei sentimenti (siamo ben distanti da Jane Austen!), il mondo femminile è stereotipato, ovvio nelle sue dinamiche (forse da qui il successo, perché le ragazze di ogni parte del mondo si possono ritrovare nelle "Piccole Donne). Il fascino di Alcott nasce dalla ricchezza lessicale, di forte impronta americana, tanto che molti vocaboli sono difficili da trovare in un dizionario standard. Se in Henry James, vissuto come Alcott nella seconda metà dell'Ottocento, lo stile è ancora profondamente inglese, nelle parole come nella scrittura grammaticale (si veda in questo sito "Selected Short Stories" una raccolta di racconti ben rappresentativa della produzione letteraria di questo scrittore), la forte e orgogliosa impronta americana di Alcott la spinge a recuperare modi di dire, costruzioni sintattiche, vocaboli, a volte arcaici (si pensi all'uso di blest invece di blessed), a volte attingendo al linguaggio comune del nuova Nazione trionfante. Siamo dinanzi ad un capolavoro linguistico che non poteva non lasciare il segno nell'evoluzione della letteratura degli Stati Uniti, favorito dal successo popolare dei romanzi.

Perché leggerlo? Bella la lingua, affascinanti alcuni passaggi, ma è prolisso e alla fine melodrammatico.

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