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Rikipedia - Enciclopedia Letteraria e Rivista Digitale

Dall'editoriale

Le migliori poesie italiane del Secondo Novecento

Nella sezione Poesie è presentata un'antologia di poeti italiani del Secondo Novecento. E' una selezione che nasce dalla gestione di un Gruppo di Lettura sulla Poesia presso la Biblioteca Classense di Ravenna. Da questo lavoro sono state tratte Trenta poesie considerate le migliori sotto il profilo stilistico e rappresentative dell'evoluzione della nostra poesia.


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Le farfalle da "Viaggio d'inverno" 1971

Perché le farfalle vanno sempre a due a due e se una si perde entro il cespo violetto delle settembrine l’altra non la lascia ma sta sopra e vola confusa che pare si sbatta contro i muri di un carcere mentre non è che questo oro del giorno già in via d’offuscarsi alle cinque del pomeriggio avvicinandosi ottobre? -- Forse credevi d’averla perduta ma eccola ancora sospesa nell’aria riprendere l’irragionevole moto verso le plaghe che l’ombra più presto fa sue dei campi vendemmiati arati della domenica: tu non hai che a seguirla incontro alla notte come l’attendesti nel lume inquieto del sole finché fu sazia del succo di quei fiori d’autunno. Commento del 14 dicembre 2024 La descrizione, fantastica e reale, delle farfalle che vanno in coppia è l’espediente per porsi una domanda: il legame tra le persone ha la forza che lega i due insetti? E’ una questione che s’inquadra nelle ombre di un autunno incipiente, metafora della vecchiaia e della melanconia. Se l’avvio della poesia poteva dare alito al paesaggio parmense, così caro al poeta, come oggetto del racconto, l’improvviso rivolgersi a una persona chiarisce come Bertolucci parli di una relazione; sta dicendo alla persona amata di non ingannarsi, un momento di lontananza non vuol dire che il legame si stia rompendo, si fa, forse, più affievolito perché si è lontani; è sufficiente mettere la stessa passione di quando si era vicini, e di avere il coraggio di andare verso l’ignoto. Non c’è in Bertolucci la nostalgia per il mondo della sua infanzia, la campagna parmense; c’è, invece, una meravigliosa capacità di trasportare con la fantasia la placidità agreste nella nuova esistenza, quella romana. Colpisce della poesia la quasi totale mancanza della punteggiatura: ci sono un interrogativo e un punto e virgola, ma il segno fondamentale è la linea di separazione, a indicare la discontinuità tra le due stanze. All’interno di queste poche sospensioni i versi si susseguono senza rotture, costringendo il lettore a trovare il ritmo, aperto a ogni interpretazione e adattabile a ciascuno orecchio. E’ un piccolo esempio di grande bravura stilistica.

Rudi e Aldo l'estate... da "La Ballata di Rudi" 1995

I Rudi e Aldo l’estate del ’49 fecero lo stesso mestiere l’animatore di balli sull’Adriatico, Aldo in Gran Hotel rifatto a mezzo e già sull’orlo del fallimento, che fallì in agosto sul più bello, lui forse non sa nemmeno ballare aveva successo il locale di fronte al suo. Miramare. Rudi su un’altra spiaggia popolare da inizio alla ballata. E’ bello? Può essere bello in Romagna chi bacia la mano l’anno dopo il ’48, attacca bottone con gli ambulanti di bomboloni e gli intellettuali indigeni meno indigenti, non lascia senza sorriso carezza o pacca ogni ragazza per strada conforme ai gusti di quella? E’ bello come un uomo sobrio, di modo che quando per la Festa dei pazzi si traveste da donna non lo prendono per pederasta ma lo sfottono con più gusto. E’ servizievole: porta pacchetti a tutte le capitane, ci gioca coi loro bimbi approva i primi discorsi di Borsa dei padri. Ama con tatto organizza *Una notte a Capri* le figlie del macellaio vennero con quattro corvi. Care ragazze, me le ricordo nel ‘46 chiedersi al Teatro del Popolo se Emanuele Kant era più Cristo di Cristo. Il miliardario polveriere grugnisce di piacere. Aldo applaude sapendo che non gli tocca niente. Commento del 10 aprile 2025 Se la “Canzone di Carla” è ambientata nella Milano degli anni’60 e la protagonista è una modesta impiegata, qui invece Pagliarani torna con il ricordo agli anni della giovinezza, quando, con l’amico Rudi, lavorava nella Riviera Romagnola, che cercava di riprendersi dalla guerra. Con poche pennellate il poeta descrive i tratti fondamentali di questa epoca: il gran Hotel in fallimento, l’incompetenza dei due ragazzi (“lui forse non sa nemmeno ballare”), le feste trasgressive ma non tanto, la disponibilità a mettersi al servizio delle famiglie, dalle madri ai padri che cominciano a parlare di Borsa. Si ama, sì, ma con tatto, anche se le ragazze preferiscono “i quattro corvi” (incredibile immagine di uomini maturi alla ricerca di sesso) e “il miliardario polveriere”. In questo ambiente provinciale, alla ricerca di serenità e di divertimento, c’era anche posto per portare avanti meditazioni filosofiche paradossali. Se il poema degli anni’60 ha le caratteristiche del romanzo sociale in versi, nella “Ballata di Rudi” affiora una nostalgica atmosfera felliniana, una costa romagnola scomparsa tra le discoteche moderne e la diffusione del sesso facile e della droga. E’ la fine di un’epoca, cominciata all’inizio del Novecento: la vacanza del ceto medio. “Rudi…da inizio alla ballata”: si sente il ritmo della ballata, che richiama a Dario Fo, senza, però, il ricorso al lessico dialettale. Il verso lungo, che si distende sul bianco della pagina, senza scivolare nella poesia prosa, abbandona la struttura narrativa che aveva caratterizzato la “Canzone di Carla”. E’ chiaro che non sono alcuni versi sufficienti a cogliere il profilo stilistico del poema; ma già si intravede un ripiegamento del poeta verso il lirismo e il soggettivismo, che mancavano nell’altro poema. L’uso dei punti all’interno dello stesso verso, alternato alla virgola e all’assenza di punteggiatura (si prenda per esempio: “…non sa nemmeno ballare aveva successo il locale di fronte. Miramare”), è un aspetto fortemente innovativo, che ritroviamo in poeti a noi contemporanei, come Maria Grazia Calandrone.

Due temi svolti II da "Cronache e altre poesie" 1954

In casa, adesso, faccia la sarta perché a Milano bisogna lavorare --il tram, se no, chi ce lo manda avanti? — e gli occhi rossi sono più lucenti ma da grande farò la cantante, perché a un certo punto bisogna calmare le vene che fanno crescere il collo, poi viene la tiroide e gli occhi grossi, e poi è la mia grande passione e poi voglio dormire la notte di colpo, e parleremo di cose pulite e sarà un pezzo che ho finito di tremare se un uomo in tram mi fruga, con le mani rozze, e saprò bene dove porta un bacio. Lo so, dobbiamo stare molto attente che non ci venga una pancia grossa. Commento del 7 febbraio 2025 Si inserisce nel racconto di Milano da parte di Pagliarani una giovane donna, presumibilmente anch’essa arrivata da fuori città, dalla provincia come il poeta. In pochi versi è descritta l’adattamento nella grande città: il lavoro da sartina e il desiderio di divenire un giorno una cantante, perché non bisogna struggersi in qualcosa di banale anche se è un’attività che piace; non avere preoccupazioni e parlare di “cose pulite”, facendo l’abitudine alle avances degli uomini sul tram; e infine la consapevolezza di “dove porta un bacio”, l’attenzione a non restare incinta. E’la storia prosaica di tante ragazze della Milano degli anni’50: una vita banale, forse, ma piena di aspettative e paure, una vita di una ragazza ben salda nei suoi limiti sociali e lavorativi. In fondo si sa già che divenire una cantante è un sogno irraggiungibile. La struttura di poesia narrativa si conferma anche in questo componimento. Si possono individuare quattro stanze, in realtà tranne l’ultima non nettamente separate tra loro. La prima (“in casa…sono più lucenti”) è il preambolo dell’intera poesia; si passa alla seconda stanza senza una virgola, lasciando al lettore dare enfasi al passaggio: si parla del sogno della ragazza (“perché a un certo punto…occhi grossi”). Dopo una lieve virgola abbiamo la terza stanza, simile a una corsa verso la trasformazione della ragazza in perfetta milanese operaia; quindi, il punto secco, rafforzato da quel “Lo so”, che introduce la conclusione dell’intero racconto. Si notino alcune finezze narrative: l’inciso che spiega ingenuamente perché a Milano bisogna lavorare, il controcanto tra “occhi rossi” e occhi grossi”, quelle “mani rozze”, parole che da sole rendono l’immagine di un sopruso che, purtroppo, bisogna accettare. Ciascuno è libero di cercarsi il ritmo, che più gli aggrada.