Gradimento Medio-basso
e non lo rileggerei

Elias Portolu

scritto da Deledda Grazia
  • Pubblicato nel 1900
  • Edito da Utopia Editore
  • 162 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 17 luglio 2022

Nel prendere in mano questo romanzo di Grazia Deledda la mente va immediatamente a "Canne al Vento" (si veda la recensione in questo sito) e si spera di ritrovare la stessa magica atmosfera del capolavoro della scrittrice sarda. E medesimo il contesto ambientale e sociale, si parla anche qui del dolore come destino, della vita come cammino verso la morte, ma manca quella natura vivente, magica e indecifrabile, che è il tratto distintivo di "Canne al Vento".  Al contrario, il paesaggio sardo è di contrappunto ad una vicenda umana irrimediabilmente segnata sin dall'inizio. Ecco come la scrittrice descrive la tanca, il terreno dedicato al pascolo. "I pascoli lussureggianti, al cader della primavera, prendevano un verde dorato luminoso: i cardi aprivano i loro fiori d'oro e di viola, i rovi sbattevano le loro rose selvatiche. (...) Il corso d'acqua in certi punti scorreva fra boschetti di sambuchi, dove il sole appena penetrava, formando laghetti verdi e misteriosi, circondati e tramezzati di roccie, sulle quali l'acqua infrangevasi mormorando". Paiono risuonare i versi del Petrarca, ma non siamo in Provenza, siamo nella dura, selvaggia, ancestrale Sardegna. Può darsi che la verdeggiante e luminosa tanca non sia reale, sia invece un vaneggiamento di Elias Portolu, un modo per dare serenità ad un'anima inquieta. A differenza dei fratelli e del padre, "bassotti, robusti, barbuti, col volto bronzino e con lunghi capelli neri", Elias "era alto e snello, col volto bianchissimo, delicato, sbarbato". E' tornato dalle carceri del Regno, e questa esperienza l'ha cambiato profondamente, fisicamente e spiritualmente: "la lunga prigionia aveva reso candide le sue mani e la sua faccia, (...) il suo riso era stanco e spezzato, la voce debole; (...) sembrava una donna vestita da uomo. Inoltre il suo linguaggio aveva acquistato qualcosa di particolare, metà italiano e metà dialetto, con imprecazioni affatto continentali". In carcere ha imparato a leggere e scrivere, si è portato con sé libri di chiesa, che studia di nascosto. "Confuse visioni" gli ondeggiano nel sonno. Nel sogno gli pareva che "strane pecore dal volto umano saltassero sul muro che chiudeva la tanca; ed egli andava lor dietro, affannosamente". Quando un uomo gli fa incontro. E' zio Martinu, una specie di gigante, che tutti chiamano il padre della selva. A lui, sempre in sogno, Elias confessa che è debole, che non ne può più. E con la sua voce possente il gigante gli dice che "se tu non vuoi aver fastidi va' a farti prete!". Ed ancora a zio Martinu che Elias si rivolge, non più in sogno, quando si accorge di essersi innamorato della futura cognata, la bella Maddalena; non accetta il consiglio del vecchio di palesare ufficialmente il suo amore, ha paura di offendere il fratello, di far deflagrare un matrimonio deciso dalle famiglie da tempo, teme lo scandalo, non ha coraggio. Ma "immancabilmente Maddalena gli appariva in sogno. Ed erano sogni che lo turbavano e lo eccitavano dolorosamente." Soprattutto si rinnovava continuamente nel sogno la scena del ballo con Maddalena, "giacché le sue spalle, la sua vita, la sua mano serbavano intatta l'impressione fisica del corpo e della mano di Maddalena: e la mente, ricordando le parole di lei, si smarriva ancora in una vertigine di piacere e d'angoscia". La sua pusillanimità lo perderà e toccherà alla Morte decidere per lui. Dinanzi al corpicino senza vita del bambino avuto da Maddalena sentirà "calare un tenue velo di pace e quasi di gioia", solo e libero di ogni umana passione.

Se ci estraniamo dal contesto sardo la figura di Elias è emblematica di chi non riesce ad uscire dagli schemi della società, dalle regole non scritte, delle quali è di fatto prigioniero. E' così difficile esprimere i propri sentimenti ed essere autentici! Andando forse oltre alle intenzioni di Grazia Deledda, nel romanzo paiono esserci tre mondi: quello semplice della povera gente che accetta con rassegnazione la morte e le sofferenze, e sarebbe pronto a riconoscere l'amore tra Elias e Maddalena, quello ipocrita e superstizioso della religione, che reprime i sentimenti salvo tollerare i peccatucci carnali pur che restino sotto una coltre di silenzio, e la figura del sapiente selvaggio, che non crede in Dio ed invita a scelte coraggiose. E' una interpretazione che renderebbe interessante il romanzo se questo non fosse sommerso da un tono melodrammatico e penitenziale.

Perché non leggerlo? Melodrammatico e melenso, una delusione.

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