Gradimento Medio-alto
ma non lo rileggerei

La foresta d'acqua

scritto da Kenzaburo Oe
  • Pubblicato nel 1994
  • Edito da Garzanti
  • 475 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 26 settembre 2023
Un famoso scrittore settantenne, Choko Kogito, torna alla casa dell'infanzia per prendere visione della valigia dove sarebbero nascosti documenti in grado di rivelare i motivi del suicidio del padre. Siamo in una foresta sulle rive delle acque in cui il padre è annegato in una sera di tempesta. Choko visita il monumento voluto dalla madre in ricordo del tragico avvenimento. << Una grande pietra rotondeggiante spuntava dalla nuda terra, sembrava un frammento di meteorite. Quando mi avvicinai e provai a guardarla meglio -- assomigliava anche a uno strano ammasso vegetale verde d'acqua -- notai che recava un'iscrizione di appena cinque righe. (...) "Non hai preparato Kogii a salire nella foresta/ E come preso dalla corrente del fiume non tornerai mai più./ A Tokyo durante la stagione arida/I ricordi mi affiorano alla mente all'incontrario/Dalla vecchiaia fino agli anni dell'infanzia".>> I primi due versi furono scritti dalla madre e invitavano Choko a prepararsi alla morte, ma anche a predisporre alla fine della vita il nipote, gravato da una grave disabilità. E' un primo filo conduttore dell'intero romanzo: il pensiero della Morte, l'attaccamento disperato alla vita che si esprime con la <<mancanza del coraggio necessario per tentare di scrivere il suo "ultimo lavoro" e sconvolgere la sua intera opera.>> Gli altri versi, dello stesso scrittore, segnalano l'altro tema, anch'esso tipico della vecchiaia: ritornare indietro agli anni dell'infanzia, misurarsi con la figura del padre, indagare le tante facce della Memoria. Affiorano alla mente altri romanzi come "Il giorno del giudizio" di Salvatore Satta o lo splendido "The cold eye of heaven" di Christine Dwer Hickey (si vedano le recensioni in questo sito). Kenzaburo non vuole scrivere un "romanzo dell'io", dove il soggetto è al centro della narrazione, parlando sempre di sé stesso e l'ambiente, le vicende e gli altri, sono solo un "io specchiante". Per non cadere nell'ego narcisistico così invadente nei nostri giorni, Kenzaburo ricorre al racconto da parte di altri e a rappresentazioni teatrali, e lo scrittore è uno spettatore, stupefatto e ammirato. Come in Dante, l'io narrante protagonista è in secondo piano, sovrastato dai personaggi e dagli avvenimenti. Questo preambolo pone in secondo piano la trama, che eppure esiste e irromperà alla fine del romanzo. Choko vuole raccontare l'annegamento del padre, cui, bambino, ha assistito inerme. Perché il padre si è ucciso? E perché Kogii, l'amico immaginario, lo attirava verso le acque? Che cosa racchiude la memoria? Dapprima, ogni cosa pare chiara, poi tutto si sfuma e svanisce, tra immaginazione e realtà. << D'un tratto vidi davanti a me decine di leucischi argentei, (...) e al di sotto di quel banco di pesci, avvolto nella fanghiglia sul fondo scuro, ebbi la netta sensazione di scorgere un grande corpo nudo.... mio padre! Il suo carattere fluttuava dolcemente, cullato dalla corrente sottomarina. E io, lì a guardarlo, cercavo di imitare i suoi movimenti. (...) Presi una scheda e scrissi: "amo mio padre disperatamente".>> Nella valigia non ci sono elementi per decifrare il suicidio del padre, Choko cade nella depressione, si chiude in se stesso, tratta male il figlio, persino potrebbe uccidersi. A salvarlo è una giovane attrice, Unaiko, che lo coinvolge nella sceneggiatura di un fatto risalente a metà dell'Ottocento. E' una rivolta di contadini capeggiata da una donna, la sommossa fu repressa nel sangue e la donna subì uno stupro di gruppo prima di essere uccisa. Pare un "innocuo" episodio da celebrare, quando Unaiko decide di dichiarare nel corso della rappresentazione che da bambina è stata violentata più volte dallo zio, potente funzionario, e il tutto è stato zittito. Si annuncia uno scandalo, si rivela l'ipocrisia della società giapponese, la realtà entra in scena e salva Choko.

E' difficile sintetizzare in una recensione questo complesso romanzo. Accanto ai temi già indicati ce ne sono molti altri: il declino fisico dell'uomo e dello scrittore, che ricorda "Morte a Venezia" di Thomas Mann (si veda la recensione in questo sito); la disabilità e quindi il peso di avere un figlio "diverso"; la funzione catartica del teatro, che permette anche di demistificare uno dei testi fondamentali della letteratura giapponese moderna, "Il cuore delle cose" di Nutsemi Soseki (recensione in questo sito); il fascino magico della natura, tema tipico giapponese, e infine le trasformazioni sociali e culturali del Giappone contemporaneo, ancora in bilico tra tradizioni e modernità. Tanti argomenti sono presenti e forse troppi. Il lettore va avanti perdendosi nei meandri della narrazione, affascinato e affaticato.

Al padre che gli parlava del "Grande dizionario dei caratteri cinesi" l'adolescente Kenzaburo Choko rispose: << se tutte le parole saranno in un dizionario, allora non sarà più possibile trovarne di nuove, e non ci sarà più alcun divertimento!>> Con un stile elegante e fluido, ricorrendo ad abili tecnicalità stilistiche, lo scrittore indaga  numerose forme espressive, dall'epistolario al teatro, dalla musica alla lirismo onirico. E' un'ampia tastiera narrativa (impossibile individuare quella lessicale), di cui Kenzaburo si compiace troppo spesso, con il risultato di appesantire e allungare il racconto, facendo perdere di vista il nucleo centrale. Come dice lo scrittore stesso, sembrano "frammenti", come se non fosse più possibile l'unitarietà dell'Essere.

Perché leggerlo? E' un flusso di coscienza con un "io" non invadente.

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