"Mi chiedo: esiste, in chi ascolta, /un punto dove la mia voce possa posarsi? /Un arpione /, minuscolo e nascosto /, che trattenga la memoria prima che si disperda". (da Francesca Mannocchi, "L'arpione della memoria" dalla raccolta "Crescere, La Guerra" 2026). E' possibile ancorarsi a qualcosa dentro di noi per non dimenticare le <<particelle di polvere intrisa di sangue e l'odore dolciastro di putrefazione che esala da vite in disfacimento e da suoli desertificati>>? E' giusto "vivere dentro la serena profondità del mare, dove non si sentono le grida e le armi e non arriva l'odore della morte>>? Amal, la protagonista, vive all'interno di questi due lati della coscienza: un dilemma da lei non voluto ma che avvinghia l'intera sua vita. E' nata in una famiglia felice, in una Palestina splendente di olivi e di colori: un'antica società che ha attraversato i diversi imperi che l'hanno dominata, sempre ancorandosi alla terra, alle sue genealogie, alle sue dolci e secolari narrazioni. << Amal con la lunga vocale vuol dire speranze, sogni, (...) noi mettiamo tutte le nostre speranze in te>>. Così gli disse il padre quando Amal era ancora bambina, ma aggiunse: <<noi veniamo dalla terra, diamo il nostro amore e fatichiamo per lei, e lei ci nutre di ritorno. Quando, moriamo, ritorniamo alla terra. In un certo senso, lei ci possiede. La Palestina ci possiede e noi apparteniamo a lei>>. La vita di Amal è scandita dagli eventi tragici della storia palestinese dopo la seconda guerra mondiale: El Nakba (la catastrofe) del 1948 con l'esodo forzato di 700.000 palestinesi e il campo profughi di Jenin, dove furono rinchiusi sino a 50.000 persone, e dove nel racconto fu costretta a vivere la famiglia di Amal; il massacro di Sabra e Shatila del 1982, quando diverse migliaia di palestinesi furono trucidati dai falangisti libanesi sotto l'occhio compiacente degli israeliani, e dove Amal perse il marito e la famiglia del fratello; la Seconda Intifada del 2002, quando le truppe israeliane attaccarono Jenin massacrando diverse centinaia di civili, e quando Amal ha trovato la morte. Dopo la Nakba Amal ha avuto l'opportunità di andare con una borsa di studio negli Stati Uniti, lasciando che fosse chiamata << "Amy", Amal senza la speranza, (...) una parola prosciugata di ogni significato. Una donna vuota del suo passato>>. Nel suo cuore vivono i sentimenti profondi della nostalgia e dell'abbandono: la nostalgia del <<sole che abbracciava ogni cosa che toccava mentre l'odore sontuoso dell'agnello e del cumino faceva svanire l'angoscia, (...) l'aria piena di suoni gioiosi per la gente inebriata dai frutti degli alberi che erano sopravvissuti nei secoli e penetravano la nebbia dell'esilio>>; abbandono, per la lontananza del fratello Yousef e di Huba l'amica dell'infanzia, per non avere la possibilità di comprendere perché sua madre non l'avesse mai abbracciata come facevano tutte le altri madri, e poter rivedere suo padre scomparso: <<chiusi i miei occhi e li tenni in quel modo quanto più a lungo potessi, aprendoli solo quanto era necessario per far scomparire le immagini dalla mia mente>>. Amal torna in Palestina, ritrova il fratello, le familiarità, i suoni e i colori del suo popolo. S'innamora di Majid, che sposa e di cui resta incinta. Tutto è pervaso dall'Amore e da una serena attesa. Siamo pochi mesi prima del massacro del 1982, che fu preceduto dall'assedio di Beirut da parte dell'esercito israeliano. Essendo cittadina americana, Amal può tornare negli Stati Uniti, mentre il marito resta ancora in Libano per dare il proprio apporto di medico agli ospedali in grave emergenza; ed è lì che Majid trova la morte. Amal, di nuovo "Amy", dà alla luce una bambina. Il dramma palestinese si allontana di nuovo nella memoria, ma entra in profondità nel cuore di Amal, impedendole di dare Amore alla propria figlia. <<Dio perdonami, tanto più cresceva, quanto più temevo di essere vicina a lei, di toccarla. Avevo paura di trasmetterle la mia gelida durezza, che il mio tocco avesse potuto indurirla, che fosse lo sbagliato complemento alla sua soffice, incondizionata tenerezza. Così, assolvevo ai doveri della maternità, contenendo l'ardore del mio amore dietro le freddi pareti della paura e di lunghe ore di lavoro>>. Solo la sensibilità femminile poteva cogliere quanto male può fare nel cuore del rifugiato la sofferenza di ciò che si è perso: la patria, la propria cultura e gli affetti. Non è un caso che la scrittrice intitola l'ultima parte Nihaya e Bidaya, con il sottotitolo apparentemente contradditorio "una fine e un inizio". In arabo Nihaya vuol dire "termine", e Amal sa che tornando a Jenin nel 2002 va incontro alla morte, perché questo è il suo destino, profetizzato dal padre. Bidaya in arabo significa "inizio di una storia". Durante l'assedio di Janin da parte degli israeliani, <<tenevo mia figlia protetta in un sogno tutto mio, innamorandomi di lei come se di nuovo l'avessi appena data alla luce. Parlammo per nove giorni, smontando le parole non dette di una vita. Come la morte veniva dal cielo e le pallottole colpivano i muri esterni della casa, Sara ed io svelavamo la pena e l'acredine che ciascuna di noi teneva così care e trovavamo il nostro comune dolore per Majid a dispetto, o forse a causa, del terrore che sentivamo>>. E allora come cantò il poeta << se nel tramonto della memoria noi/dovremmo incontrarci una volta ancora, /noi dovremo parlare di nuovo insieme/e tu dovrai cantare/a me una più profonda canzone. /E se le nostre mani si dovrebbero incontrare/ in un altro sogno, noi/costruiremo un'altra torre in cielo>>.
La scrittrice ha raggiunto un difficile equilibrio tra la Grande Storia e le "piccole" storie degli esseri umani che ne sono protagonisti e vittime insieme. Percorriamo il tragico destino del popolo palestinese, inorriditi e ad un tempo imbarazzati come europei. L'autrice non si tira indietro quando deve entrare dentro gli orrori di una persecuzione; lo fa quasi da storica, anche se coinvolta, e quando teme di non contenersi si affida alla penna di un grande giornalista come Robert Fisk che ha scritto pagine di grande reportage nel suo "Pity the Nation" ("il martirio di una nazione"). Accanto ai drammatici eventi della "Grande Storia" abbiamo il mondo dei sentimenti: da un lato quelli universali ed eterni (come il rapporto tra madre e figlia), dall'altro come essi siano sconvolti da quanto avviene al di fuori delle fondamentali relazioni umane. L'orrore spinge all'indifferenza di chi ne può stare distante; per chi invece ne è dentro, il dolore porta a inaridirsi, a sentirsi incapaci di dare Amore, a temere di propagare la propria aridità, la necessaria corazza, a chi ne è estranea. Eppure, non si può non dire la verità a chi si ama, perché non coinvolgere la persona amata significa tradirla. Nella relazione tra Amal e Sara si percepisce un vissuto sofferente dell'autrice, che si pone dinanzi al dilemma tra salvaguardare la figlia o farne partecipe del destino del proprio popolo. Nell'ambito di una narrazione così intensa sono ridondanti l'amicizia del padre con un israeliano e la ricongiunzione di Amal con il fratello, che ancora bambino fu rapito e adottato da una famiglia ebrea. L'autrice voleva dare umanità al "nemico"? Gli ottant'anni di guerra hanno creato sofferenza pure nel popolo israeliano: si pensi a "Un cerbiatto assomiglia il mio amore" di David Grossman (si veda la recensione in questo sito), ma lasciamo a ogni popolo il dovere di piangere il proprio destino.
La scrittura riflette l' equilibrio della narrazione. Passando con grande abilità da pagine di intenso lirismo ad analisi di grande profondità psicologica, la lingua è ricca di suoni, mescola la musicalità dell'arabo con le vibrazioni dell'inglese. Il lessico è usato come una testiera di un pianoforte, con un uso armonioso e suggestivo delle parole, in particolare dei verbi; parole sempre inserite in strutture grammaticali eleganti e fluide. Sarebbe interessante conoscere la gestazione linguistica di questo romanzo, soprattutto tenendo conto della cultura scientifica dell'autrice e di come si sia avvicinata alla stesura di questo libro per un moto di indignazione; un urlo che dà forza all'intera narrazione. Se si sente realmente qualcosa dentro, si può divenire grandi scrittori senza esserlo dal punto di vista professionale. E' un bel segnale di speranza, e una lezione per tanti autori occidentali, e italiani!
Perché leggerlo? E' un capolavoro, uno bello schiaffo a noi pavidi e ipocriti.