Il "Giornale di Trieste" del maggio 1953 riporta la notizia dell'arrivo a Trieste del pinguino "Marco". << Giunto dalle lontane terre del Capo di Buona Speranza ove un singolare destino lo aveva condotto, (...) Marco è stato sedotto dall'affettuose premure di un lupo di mare, il nostromo di coperta della motonave Europa>>. Prendendo spunto da una vicenda reale, Carminati ha scritto un romanzo di formazione che dà un tocco di lievità a un momento difficile della storia di Trieste, tra il 1950 e i tumulti del novembre 1953, quando terminò con morti e feriti una protesta per l'accordo segreto tra Stati Uniti e la Jugoslavia, con l'assegnazione della città all'Italia e dell'Istria alla Jugoslavia. Niccolò è ancora bambino nel 1950, <<con pochi pensieri e molta libertà>>, quando fugge da Lussino per Trieste, dove va a vivere da uno zio. In una scatola tenuta nascosta scopre casualmente un telegramma che comunicava come suo padre risultasse disperso, presumibilmente annegato, in seguito all'affondamento del piroscafo su cui era imbarcato. Perché lo zio non gliela aveva mai mostrato? Forse <<perché voleva che rimanessi bambino il più a lungo possibile, voleva che io credessi al topolino dei denti, a San Nicolò che porta i regali, alla Befana, alle stelle cadenti, a mio padre vivo da qualche parte in Africa. Ho guardato verso il mare aperto. Le onde hanno avuto un brivido: (...) dieci anni prima il mio papà era morto in mare, e da dieci anni viveva solo nella mia fantasia>>. Dal ritaglio di un giornale (il "Tempo" del gennaio 1953) Niccolò viene a sapere che quattro marinai del piroscafo affondato si sono salvati in una scialuppa, e se fra questi ci fosse suo padre? Se fosse ancora vivo da qualche parte sulle coste dell'Oceano Indiano, dove si era inabissata la nave? Con un atto che mescola speranza, coraggio e spirito d'avventura, Niccolò s'imbarca come marinaio su un piroscafo diretto a Città del Capo, lui ancora adolescente e che per di più soffre il mal di mare. Forse la ricerca del padre è solo un'occasione per divenire adulto, come Jim nell'Isola del Tesoro (si veda la recensione di "Treasure Island" in questo sito). <<Sarei tornato a casa>>, ammette Niccolò, <<con una nuova mappa: quella tracciata dai miei piedi e dai miei occhi>>.
Il romanzo è costruito con grande maestria ed eleganza, riuscendo a mettere insieme i sentimenti di un adolescente, le sue curiosità e le sue scoperte, con una trama piacevole, con le sue brave sorprese, forse un po' scontate. Non ci sono i cattivi! Ci invade una sorta di speranzosa letizia, abituati a storie dispotiche pure nei romanzi per adolescenti: si pensi a "Borders no Borders" o alla grande saga di "Berlin" (si vedano le recensioni in questo sito). Il tutto è eccessivo, troppo facile si potrebbe dire, così distante dalle vicende triestine così come dalla realtà di oggi. Dobbiamo dare una prospettiva positiva, ma lo dobbiamo fare riconoscendo i problemi attuali, per non cadere nel rischio di una "bella favola".
Il pregio del romanzo è la scrittura: elegante, perfetta sul piano sintattico, lessicalmente ricca. Carminati recupera la parte migliore della nostra lingua, con un uso sapiente della punteggiatura, senza cadere nelle trappole stilistiche oggi così frequenti: dall'abuso del "punto" con la conseguenza di frammentare il discorso, come nell'acclamata "La Ferocia" di Nicola Lagioia, al periodare disordinato in cui il flusso delle parole non si affida alla punteggiatura ma ai suoni, come nella troppo apprezzata "Alma" di Federica Manzon (si vedano le recensioni in questo sito).
Perché leggerlo? E' piacevole ed è una bella storia.